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21 marzo 2020 - Giornata mondiale della poesia

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 Filastrocca del mattino del prof. Crescenzio D'Ambrosio

Filastrocca del mattino

Sono in casa prigioniero
tutto questo non par vero
penso a cosa devo fare
e comincio a disegnare
clicco sopra la tastiera
con buongiorno e buonasera
vedo nel compiuterino
il mio caro de Martino
poi compare sotto il rigo
il Belluomo, quello figo
squilla anche la Cristina
quella piccola e carina
sento odore di camelia
...e compare pure Clelia
mi saluta anche Langella
mentre suon la campanella!

 

19 marzo 2020 auguri ai papà del DS Felicio IZZO


A U G U R I 

La notte di Natale del 1914 i soldati, al fronte, uscirono dalle contrapposte trincee per scambiarsi, nella cosiddetta terra di nessuno, auguri, abbracci, persino alcuni regali. E Dio solo sa quale poterono essere.

  Ho sempre pensato che la terra di nessuno, fosse la terra di Nessuno, cioè Ulisse o Odisseo, e come tale, tutto il mondo, conosciuto e ancora da conoscere.

  Gli alti vertici dei governi, tutti, senza distinzioni di bandiera, ideologia, lingua e moneta battuta, uniti nell’indennità di gregge – e indennità dai veri valori della vita – ne compresero il “pericolo”. Così li vietarono. Riuscirono a rimuoverne persino la memoria.

  Tutti i soldati – i sopravvissuti, ovviamente – però se lo ricordavano. E ogni volta con un sorriso di serenità e un po’ di stupore. Così facevano, ogni volta, in silenzio. Per pudore. Per non sciupare quel ricordo con un racconto, che nessuno, tranne loro, avrebbe veramente capito.

  Poi qualcuno cominciò a parlare.

E, forse, solo adesso, anche a noi, è arrivato il senso di quella storia, che ognuno di noi, dalla propria casa, sentirà, adesso, come anche sua.

  Da quella terra di nessuno, che è di noi tutti, A U G U R I a tutti i papà del mondo, replicati per i Peppe, Giuseppe, Beppe, Pepi…

 Con la speranza siano un po’ più efficaci di quelli che ci siamo scambiati il 31 dicembre scorso.

Felicio IZZO


DS Felicio Izzo, Lettera alle alunne e agli alunni del 15 marzo 2020
Care alunne e cari alunni,
ci sentiamo a distanza di una settimana. Sono stati giorni particolari, di intenso lavoro anche se destinato a impegni poco entusiasmanti. Ma si sa il lavoro, qualunque esso sia, ha in sé la propria dignità, e nel fare la sua gratificazione. Penso che, in questi momenti, sia giusto innanzitutto rassicurarvi, calmare le vostre ansie, mettere un po’ di ordine, per quanto possibile, nei vostri pensieri. Perché noi, gente della scuola, sentiamo cosa passa nella testa di una ragazza, di un ragazzo. Non per ricordi personali – sono passati troppi anni, per molti di noi – ma perché, forse abbiamo mantenuto quel po’ di sensibilità che ci consente, appunto, di sentire ancor prima di capire.
“Noi non siamo soli”, si diceva l’altra volta. Né lasciamo nessuno solo.
Perciò, nessuna comunicazione ufficiale sulla didattica a distanza, classroom e piattaforme. Siete ben guidati. So che state facendo tutto il possibile. Del resto non mi sembra di ricordare ritmi da piani quinquennali sovietici nelle nostre mattinate, né atmosfere da inquisizione spagnola nelle interrogazioni. Tutti stiamo facendo il possibile. Anzi qualcuno – non pochi – anche molto di più.
Niente di ufficiale e nemmeno formali ringraziamenti di circostanza e d’occasione. Non ce n’è bisogno. Questa vicenda, ha dimostrato che le relazioni, quelle che adesso non possiamo manifestare formalmente, restano le cose più importanti della vita. Ha dimostrato che dare una mano significa aiutarsi, senza il rito, tante volte ipocrita, della stretta reciproca. È un insegnamento che viene da questi momenti. Perché tutto serve nella vita. Anche quello che appare terribile. E tutto insegna – o dovrebbe insegnare – qualcosa.
Quante lettere (per indicare con una parola tutte le forme di comunicazione) si chiudono con un “un bacio” o “vi abbraccio tutti”. Anche se si è enormemente distanti, quella stretta, quel calore di labbra, si sentono. E fanno stare meglio. Perché l’abbraccio, anche senza toccarsi, sentirsi e nemmeno vedersi è un sentimento, è un percorso dell’anima. E l’anima non si infetterà mai completamente, non si contaminerà mai del tutto e l’unico contagio che può trasmettere è quello dell’amore.
Tutte cose che sapevamo. Solo che le avevamo dimenticate.
Pensate, pensiamo, a vivere! Non a sopravvivere. Non un solo attimo di ogni esistenza va sprecato. Ammesso che ci sia un modo per farlo. Allora pensiamo tutti a vivere meglio. Non a sopravvivere.
Se qualcuno pensa che lo spettacolo indimenticabile e imperdibile possa essere la visione dell’aurora boreale, sappia che basta andare al 70° parallelo e percorrere un tunnel sotto un fiordo. Magari non adesso, ma ci si arriva in macchina.

Invece no! Il vero spettacolo è il profilo di quella collina che vedo da sempre. O l’orizzonte di mare che sei convinto sia il confine di tutti i mari del mondo solo perché ci sei nato. O, addirittura quel palazzo di fronte e quel balcone con quelle due persone anziane, che adesso scorgo dietro ad un vetro, una accanto all’altra.
È la vita il vero spettacolo. E ci torneremo sulla scena. In fondo, adesso, è come se facessimo le prove, esibendoci per un pubblico, come dire, familiare. Esattamente come nelle recite di fine anno. O, al massimo, in skype, addirittura in mondovisione, dipende dalla collocazione dei parenti.
Ma sul palcoscenico, quello autentico, col pubblico del mondo, dove tutti siamo protagonisti e spettatori, ci torneremo e, vi assicuro, sarà tutto ancora più bello.
E se dovessimo mettere i guanti per andare in giro, l’applauso si sentirà lo stesso. Appena meno fragoroso.
Ma, a queste cose, allora non daremo più tanta importanza. Vi abbraccio tutti.
15 Marzo 2020
Felicio Izzo