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A noi che il presepe non lo facciamo più, ma solo perché se ne occupano i figli.
A noi che tutte le volte che usiamo i puntini “sospensivi” – che sono tre – pensiamo che dicono tutto, perché “ si recitano, i sospensivi!”
A noi che ci commuoviamo quando sentiamo che i figli – come i morti – sono tutti “eguali”.
A noi che, pur in ammirazione delle raccomandazioni, non abbiamo mai fatto il caffè con il “coppitiello”.
A noi che Luca, il figlio, l’abbiamo conosciuto, ospitato e onorato.
A noi che abbiamo riso della magia che trasforma il colombo in pollastro, e compreso che la vera “grande magia” è l’anima umana, immensa e miserabile.
A noi che conosciamo a memoria tante sue battute, le stesse che abbiamo inoculato, come un vaccino, ai parenti lombardi nelle serate natalizie.
A noi che non potremo mai dimenticare che “buatta” è un francesismo.
A noi che abbiamo vissuto tante nottate e tutte sono passate.
A noi che abbiamo scoperto che i fantasmi possono essere desideri malvagi.
A noi che abbiamo dimenticato sia stato anche senatore ma solo perché non rinunciò al suo nome, singolo e assoluto: Eduardo.
A noi a cui continua a far paura, più di ogni altra categoria umana, il fesso.
A noi, eterni genitori e figli, che vorremmo trovare o aver trovato, il tempo per dire “Si te parlo, me parlo / si te veco, me veco…”.
A noi che sappiamo che la disgrazia non manda telegrammi.
A noi per cui Eduardo è tutte le stagioni della vita. La capacità di incantarsi, dell’infanzia, e di sorridere. L’ostile e vorace supponenza della gioventù. Il confronto costante della maturità, con la sua quieta serenità senza rimpianti o rimorsi. La docile disponibilità al ricordo della vecchiaia. E l’amara dolcezza dell’accaduto riassunto in un momento, che la tarda età propone,
A NOI. PER NOI, l’ultima commedia di Eduardo è quella che noi scriviamo e viviamo ogni giorno. E sempre da protagonisti. Ognuno con il suo talento.


17 maggio 2020 Giornata internazionale contro l’omofobia


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10 maggio 2020 - Festa della Mamma -

Lo slogan è quello delle letterine dei bambini. Del resto con smettiamo mai di esserlo, bambini. E, soprattutto, figli. Anche da vecchi.
Nell’amore sconfinato, assoluto ed esclusivo, per la propria madre, mai come quest’anno, ne sentiamo un altro - ma forse è lo stesso – per un’altra madre, la stessa per tutti noi, mai tanto in pericolo. E noi con Lei.
E quegli occhi sono gli occhi che ognuno ricorda. Gli stessi, nella singolarità della propria storia umana, unica e irripetibile, che non hanno mai smesso di guardarci. E amarci.5B747E13 14F6 4C26 8DFB 6AEA71B7605B

 


9 maggio 2020 Giornata di apertura dei licei artistici campani 

 

 


Primo Maggio – Festa del lavoro

  E se l’attività lavorativa, vera e unica, fosse il pensare; e l’autentica ed esclusiva “fatica” – come si dice da noi – il pensiero? Allora la festa del lavoro sarebbe lo “stare senza pensieri”. Ma non nel senso di una formula che una serie televisiva ha reso celebre. Quanto in quello di vuoto pneumatico che neanche nel sonno sperimentiamo o riusciamo a immaginare.  

  Allora l’horror vacui sarebbe un dispositivo di salvezza e il vuoto - il nulla nella meccanica quantistica - il nuovo giardino dell’Eden. Del resto non definiamo “vacanza” un progetto di felicità, una condizione o uno stato d’animo, ricorrentemente auspicati?

  Nei tempi che stiamo vivendo ogni cosa ha assunto un significato oltre la sua evidenza trasformandosi in metafora di qualcos’altro, addirittura in misura di un probabile futuro. Tutto ciò ha reso e rende sempre più veritiera quella poetica definizione dell’uomo quale essere “fatto della stessa sostanza dei sogni”. Così in questo stesso, inaspettato, intervallo anche la bellezza ha smesso di essere un sentimento per farsi nostalgia, utopia, aspirazione. Al punto che la vita sembra essere diventata un immenso gioco di ruolo e la storia il registro cifrato di un “caporale” al servizio di un imprenditore poco attento alla sua forza lavoro, al suo sacrificio, ma, anche, in tutta lodevole verità, alle ragioni del profitto.

  Perciò diciamo al Gran Signore Barbuto di riattaccare la spina. Anche se su un monitor, abbiamo bisogno di lavorare. Anche solo per pensare. E forse distrarci.

  Se non è sogno. Sarà memoria.

BUON PRIMO MAGGIO

SERENA FESTA DEL LAVORO


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25
aprile 2020

Ci fu un giorno, in aprile, in cui il Vento del Nord e il Sole del Sud si incontrarono in una terra che pensò di continuare ad essere di santi e poeti, ma non più di sognatori. Perché credettero che il sogno si fosse avverato. E scelsero come simbolo un fiore. Il fiore della Libertà. Ci sarà un giorno in cui vento e sole, senza più provenienza né direzione, saranno un’unica quinta d’azzurro. Dell’azzurro denso dello specchio del mare calmo, delle montagne in lontananza, del cielo sereno prossimo alla sera. Azzurro in attesa di stelle d’oro, di pace e fratellanza. È questo il nuovo sogno che forse avverrà, in un giorno di aprile. O del mese che sarà. Perché non possono esistere terre senza sogni e senza sognatori. Solo che cambiano. È l’affascinante – misterioso eppure ricorrente - miracolo dell’umana esistenza.
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Luigi Cafiero 21 aprile 1982/2020


Luigi è rimasto per sempre un giovane studente con gli occhi aperti sul destino del mondo. Un’ età e una stagione alle quali è dato ad ognuno di noi tornare nel ricordo personale, nel dialogo con un vecchio compagno, in quell’assenza di pensieri che sempre più ricorre con gli anni
Anche Luigi e i suoi familiari avrebbero voluto un giorno aprire lo scrigno delle memorie e sorriderne, magari con una punta di malinconia. La stessa che non riusciamo a non coglier nei suoi occhi. Quelli di allora. Quelli del sempre che non fu.F6E1218A F057 4AFA 8C6D B3A30B56455A

 

 

Antonio de Curtis 15 aprile 1967/2020 - 53 anni senza Prìncipe...o senza Princìpi?

Quasi all’indomani della morte del Principe, cominciò a diffondersi un modo di dire, un’occasione di dialogo scherzoso e surreale, bonariamente derisorio, quasi paternalistico, forse proprio in suo omaggio. Si chiedeva ad una persona – spesso un giovane, un ragazzo – quanti anni avesse. Poi, a sottolineare la futilità del suo tempo vissuto, l’inutile scialo degli anni trascorsi, incapaci di assicurare un futuro fruttuoso, si affermava “Li potevi dare a Totò!”. Per garantire – questa era la giustificazione - ancora qualche risata, qualche momento di gioia. Erano gli anni in cui la comunicazione – senza internet e cellulari – avveniva così.
Come pure per creare timore e panico nei bambini – e sempre per ridere – li si accusava, con la faccia feroce, di avere “appicciato” (incendiato) la fontana. Adesso non sarebbe più possibile. Non perché oggettivamente manchino le condizioni per dare fuoco ad un dispositivo che eroga acqua – in verità mancavano anche allora – ma perché, adesso, in strada, di fontane, non ce ne sono più. Un po’ come le lucciole di Pasolini.
Pasolini. Il primo dei grandi a comprendere la grandezza del Principe. Il primo, ma solo dei “grandi”, la gente comune lo aveva sempre saputo.
È proprio il caso di dire che no, non è vero che sono 53 anni senza Principe. Ogni giorno, basta farsi un giro dei canali per trovarlo in TV. E senza scomodare la memoria o il sentimento.
Ma nemmeno senza principi. Non del tutto, almeno. Certo, forse sono pochi, anzi, pochissimi. E decisamente confusi. Eppure mai come ora, colmi di speranza e di buoni propositi...

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Gianni Rodari 23 ottobre 1920 - 14 aprile 1980
DOPO GLI ENDECASILLABI I NOVENARI
A parlare come i bambini
Riescon tutti, grandi e piccini.
A sentire col loro cuore
Solo i Grandi e per amore

POI DUE SETTENARI
Di esseri umani vari
Rimane tra i più rari

UN UNICO QUINARIO
Gianni Rodari

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12 Aprile 2020 BUONA PASQUA 

 

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PASQUA  2020

 Ci sono eventi che segnano un’esistenza. Si fissano nella mente associati a date, che diventano numeri “intimi”combinazioni segrete dell’anima. Sono le naturali scadenze della vita. Uguali per tutti, eppure diverse per ognuno di noi. Perché questa sembra essere l’unica nota distintiva e rappresentativa della condizione umana, essere tutti uguali eppure ognuno diverso dall’altro.

Diversi come due gocce d’acqua”dice – il tempo della poesia è solo il presente -una poetessa. Ed è esattamente così. Perché solo Dio –per chi crede – e la poesia – quando è perfetta – sanno dire la Verità.

 Così accade per tutti (e quindi per ognuno), che diventino eccezionali dei giorni in quanto legati a fatti: la nascita di un figlio, un esame superato, ma anche la morte di una persona cara, un appuntamento…

 Ma si conferisce un valore ancor più forte a quelle date fissate dal calendario sociale, quello scadenzario comune, quel cerimoniale condiviso di feste e ricorrenze, moltiplicatesi negli ultimi decenni, per opulenza e opportunismo, non certo per contagio di sentimenti o accensioni di sensibilità. E tra queste ce ne sono alcune più assolute di tutte le altre. Sono quelle che identificano intere civiltà, spesso legate all’origine primigenia delle cose, e quindi al sacro, alla religione; alcune chiamano in causa persino la divinità. 

 Quando poi il calendario personale e quello sociale, insieme, confluiscono in quello culturale, ecco che quel giorno, quei giorni diventano del tutto straordinari. Proprio come quelli che stiamo vivendo. E tanto da rendere nullo persino il potere veridico dei proverbi, quelle formule, e di una contraddittoria alchimia, capaci di rubricare l’uomo in ogni categoria, di coglierlo nella sua essenza di animale sociale ma sempre sospeso tra l’identità personale e l’aspirazione all’eterno spirito del mondo.

Quello che tentiamo di suggerire, come proverbio, è uno dei più ricorrenti. Dice così: “Natale con i tuoi. Pasqua con chi vuoi”

 I superficiali commenteranno che questa pandemia ha difatti mostrato che persino i proverbi, la memoria collettiva del mondo, ingenua e precisa, sbagliano. Che quella opzione “con chi vuoi”, quest’anno, non vale. Ma solo i superficiali.

Noi, invece, chiediamo: “E se quel “chi vuoi” fossimo tutti noi? Quelli uguali – e mai come adesso così uguali nella comune costrizione casalinga – eppure ognuno a suo modo? Ciascuno col suo destino e la sua porzione di felicità e dolore nel cuore?

Perché, se così fosse, il proverbio confermerebbe la sua eterna saggezza. Perché,  forse, anche senza saperlo, avevamo già deciso si stare tutti insieme a condividere, mai così democraticamente lo stesso destino, la medesima condizione. Esattamente la stessa festa.

 Così anche quella che sembra una sventurata coincidenza – una pasqua mai così climaticamente favorevole e l’impossibilità di celebrarla inseguendola nelle note gioiose delle campane festanti – fra qualche anno sarà un piacevole ricordo.

Forse un giorno sarà bello ricordare anche questi momenti. La poesia perfetta, ricordate?

 Solo che allora, magari, nella memoria che non passa, ma nemmeno si ascolta, sentiremo di aver voluto, di aver deciso di dimenticare questa lezione.Ma non ce lo confesseremo. Nell’orgoglio ritrovato della nostra vanità la considereremo una debolezza. 

 Come debolezza sembrò quella di un Padre – e tale da sempre e per sempre – e di una Madre – che restò e resta madre nel dolore e nella comprensione – nel mandare il proprio figlio ad abbracciare (allora ancora si poteva) il Mondo. Ma fu lo stesso un abbraccio di Morte. Ma solo per i superficiali, perché appena qualche giorno dopo anche i più scettici compresero che era l’inizio di una nuova Vita. O, meglio, il passaggio a una nuova Vita. Perché questo significa “Pasqua”, passaggio.

 Ce ne ricordiamo, nel cerimoniale sociale, ogni anno in un giorno che cambia ogni volta. Quest’anno è il 12 aprile. Dodici aprile duemilaventi. E questo ce loricorderemo più di ogni altro. Perché è ungiorno importante. Che tornerà alla memoria, per il tempo a venire. Ogni volta che sarà Pasqua. 

 Una data che diventerà un numero intimo, una delle combinazionidell’anima di tutti. Di tutti, e, quindi, di ognuno di noi.

AUGURI. BUONA PASQUA

P.S. Solo per gli alunni

Lo so, siete disorientati e chiedete risposte. A scuola spesso funziona così. Ma, adesso temo che nessuno ne abbiaE neanche noi.

Mi sento solo di dirvi e con le parole – queste sì che funzionano anche a distanza - di un poeta:

“Non cercate ora risposte che non possono venirvi da voi perché non le potrestevivere. E di questo si tratta: di vivere tuttoVivete ora le domande. Forse vi avvicinerete così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere, un giorno lontano, la risposta”.

Ancora la Verità. Quella di Dio, per chi crede. Quella della poesia, quando è perfetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

…di tutti noi, in transito dal mare, origine di vita, al cielo, meta di ogni sogno.
L’opera è di una ex alunna, una donna, una persona che oggi, 2 aprile, tutti ricordano ma che noi abbiamo accolta, ospitata e rispettata per cinque anni. E continuiamo a farlo esponendo in presidenza questo suo quadro.
Non facciamo l’errore di definirlo “profetico”. Troppe le “profezie” in forma di filmati, poesie, brani da cui siamo stati inondati in questi giorni in rete. E’ l’idiozia inguaribile del mondo.
A noi l’opera appare bella in sé. Senza altre implicazioni. Anzi ci sembra che non le manchi proprio nulla. Il mare in tempesta. Un’unica barca densa di gente e colori. Una moltitudine di teste. Un cerchio di stelle che potrebbe essere una corona, un sole nuovo, un bersaglio nel cielo. Persino il simbolo di un’unione di popoli.

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21 marzo 2020 - Giornata mondiale della poesia

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 Filastrocca del mattino del prof. Crescenzio D'Ambrosio

Filastrocca del mattino

Sono in casa prigioniero
tutto questo non par vero
penso a cosa devo fare
e comincio a disegnare
clicco sopra la tastiera
con buongiorno e buonasera
vedo nel compiuterino
il mio caro de Martino
poi compare sotto il rigo
il Belluomo, quello figo
squilla anche la Cristina
quella piccola e carina
sento odore di camelia
...e compare pure Clelia
mi saluta anche Langella
mentre suon la campanella!

 

19 marzo 2020 auguri ai papà del DS Felicio IZZO


A U G U R I 

La notte di Natale del 1914 i soldati, al fronte, uscirono dalle contrapposte trincee per scambiarsi, nella cosiddetta terra di nessuno, auguri, abbracci, persino alcuni regali. E Dio solo sa quale poterono essere.

  Ho sempre pensato che la terra di nessuno, fosse la terra di Nessuno, cioè Ulisse o Odisseo, e come tale, tutto il mondo, conosciuto e ancora da conoscere.

  Gli alti vertici dei governi, tutti, senza distinzioni di bandiera, ideologia, lingua e moneta battuta, uniti nell’indennità di gregge – e indennità dai veri valori della vita – ne compresero il “pericolo”. Così li vietarono. Riuscirono a rimuoverne persino la memoria.

  Tutti i soldati – i sopravvissuti, ovviamente – però se lo ricordavano. E ogni volta con un sorriso di serenità e un po’ di stupore. Così facevano, ogni volta, in silenzio. Per pudore. Per non sciupare quel ricordo con un racconto, che nessuno, tranne loro, avrebbe veramente capito.

  Poi qualcuno cominciò a parlare.

E, forse, solo adesso, anche a noi, è arrivato il senso di quella storia, che ognuno di noi, dalla propria casa, sentirà, adesso, come anche sua.

  Da quella terra di nessuno, che è di noi tutti, A U G U R I a tutti i papà del mondo, replicati per i Peppe, Giuseppe, Beppe, Pepi…

 Con la speranza siano un po’ più efficaci di quelli che ci siamo scambiati il 31 dicembre scorso.

Felicio IZZO


DS Felicio Izzo, Lettera alle alunne e agli alunni del 15 marzo 2020
Care alunne e cari alunni,
ci sentiamo a distanza di una settimana. Sono stati giorni particolari, di intenso lavoro anche se destinato a impegni poco entusiasmanti. Ma si sa il lavoro, qualunque esso sia, ha in sé la propria dignità, e nel fare la sua gratificazione. Penso che, in questi momenti, sia giusto innanzitutto rassicurarvi, calmare le vostre ansie, mettere un po’ di ordine, per quanto possibile, nei vostri pensieri. Perché noi, gente della scuola, sentiamo cosa passa nella testa di una ragazza, di un ragazzo. Non per ricordi personali – sono passati troppi anni, per molti di noi – ma perché, forse abbiamo mantenuto quel po’ di sensibilità che ci consente, appunto, di sentire ancor prima di capire.
“Noi non siamo soli”, si diceva l’altra volta. Né lasciamo nessuno solo.
Perciò, nessuna comunicazione ufficiale sulla didattica a distanza, classroom e piattaforme. Siete ben guidati. So che state facendo tutto il possibile. Del resto non mi sembra di ricordare ritmi da piani quinquennali sovietici nelle nostre mattinate, né atmosfere da inquisizione spagnola nelle interrogazioni. Tutti stiamo facendo il possibile. Anzi qualcuno – non pochi – anche molto di più.
Niente di ufficiale e nemmeno formali ringraziamenti di circostanza e d’occasione. Non ce n’è bisogno. Questa vicenda, ha dimostrato che le relazioni, quelle che adesso non possiamo manifestare formalmente, restano le cose più importanti della vita. Ha dimostrato che dare una mano significa aiutarsi, senza il rito, tante volte ipocrita, della stretta reciproca. È un insegnamento che viene da questi momenti. Perché tutto serve nella vita. Anche quello che appare terribile. E tutto insegna – o dovrebbe insegnare – qualcosa.
Quante lettere (per indicare con una parola tutte le forme di comunicazione) si chiudono con un “un bacio” o “vi abbraccio tutti”. Anche se si è enormemente distanti, quella stretta, quel calore di labbra, si sentono. E fanno stare meglio. Perché l’abbraccio, anche senza toccarsi, sentirsi e nemmeno vedersi è un sentimento, è un percorso dell’anima. E l’anima non si infetterà mai completamente, non si contaminerà mai del tutto e l’unico contagio che può trasmettere è quello dell’amore.
Tutte cose che sapevamo. Solo che le avevamo dimenticate.
Pensate, pensiamo, a vivere! Non a sopravvivere. Non un solo attimo di ogni esistenza va sprecato. Ammesso che ci sia un modo per farlo. Allora pensiamo tutti a vivere meglio. Non a sopravvivere.
Se qualcuno pensa che lo spettacolo indimenticabile e imperdibile possa essere la visione dell’aurora boreale, sappia che basta andare al 70° parallelo e percorrere un tunnel sotto un fiordo. Magari non adesso, ma ci si arriva in macchina.

Invece no! Il vero spettacolo è il profilo di quella collina che vedo da sempre. O l’orizzonte di mare che sei convinto sia il confine di tutti i mari del mondo solo perché ci sei nato. O, addirittura quel palazzo di fronte e quel balcone con quelle due persone anziane, che adesso scorgo dietro ad un vetro, una accanto all’altra.
È la vita il vero spettacolo. E ci torneremo sulla scena. In fondo, adesso, è come se facessimo le prove, esibendoci per un pubblico, come dire, familiare. Esattamente come nelle recite di fine anno. O, al massimo, in skype, addirittura in mondovisione, dipende dalla collocazione dei parenti.
Ma sul palcoscenico, quello autentico, col pubblico del mondo, dove tutti siamo protagonisti e spettatori, ci torneremo e, vi assicuro, sarà tutto ancora più bello.
E se dovessimo mettere i guanti per andare in giro, l’applauso si sentirà lo stesso. Appena meno fragoroso.
Ma, a queste cose, allora non daremo più tanta importanza. Vi abbraccio tutti.
15 Marzo 2020
Felicio Izzo